10 maggio 1987: ricordo felice per chi l’ha vissuto, dolce sogno per chi non c’era

scudetto-A-9Sono milioni i tifosi del Napoli sparsi per il mondo, eppure è facile dividerli in due grandi categorie: chi ha vissuto e chi non ha vissuto il giorno del primo scudetto. Il 10 maggio 1987, infatti, per chiunque abbia l’azzurro nel cuore non può essere un giorno come un altro, ma una data storica, di quelle segnanti, che, almeno a Napoli, dovrebbero essere studiate sui libri di storia tra gli eventi principali della seconda metà del Novecento, al pari dello sbarco sulla Luna o della caduta del muro di Berlino. La Luna, il traguardo che fino a pochi anni prima sembrava irraggiungibile, fu lo scudetto, la bandiera azzurra piazzata sul tetto d’Italia, la possibilità per una volta di guardare tutti dall’alto, così come Armstrong potè ammirare l’interezza delle terre emerse sotto di lui mentre piantava il vessillo statunitense sul suolo lunare. Il muro a cadere, invece, quel giorno fu quella convinzione fatalistica che se sei nato a certe latitudini nella vita non puoi competere, uscendo vincitore, con chi ha dalla sua il blasone ed il potere. Fu probabilmente questo, l’aver dato ad un popolo intero consapevolezza e speranza nei propri sogni, il dribbling più bello dell’Armstrong azzurro, Diego Maradona, colui che prese per mano le genti partenopee per condurle fino al cielo. E l’immagine di Diego a braccia alzate dopo la conquista del titolo diventa così un po’ come quella del Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen, rivoluzionari senza armi che hanno affrontato i potenti a testa alta, guardandoli in faccia, per modificare il corso naturale degli eventi.

Per chi non c’era ancora, invece, o per chi c’era ma era troppo piccolo per ricordare, il 10 maggio 1987 è la favola che genitori, nonni e zii gli raccontavano da bambino prima di andare a letto, e Diego il principe azzurro che, accorso in soccorso della principessa Partenope, combatteva al suo fianco per sconfiggere gli stregoni dalle maglie a strisce. Una favola ascoltata così tante volte, e le cui immagini, viste e riviste grazie a VHS, video e fotografie dell’epoca, sono così tanto entrate a far parte della vita di qualsiasi giovane tifoso che anche gli under 30 potrebbero raccontare tranquillamente di quella giornata, quasi come fosse parte della memoria collettiva dell’intera città, e non solo di un gruppo di suoi abitanti; quella giornata in cui, vista da un satellite, Napoli sarebbe apparsa così azzurra da rendere difficile capire dove finissero le acque del Golfo e dove iniziasse la costa, come a rendere la terra un tutt’uno con quel mare da cui secondo la leggenda millenni prima era nata, sorta dal corpo di una sirena.

scudetto-F-4Il 10 maggio 1987 è, per chi non l’ha visto, il sogno più nascosto e profondo, un obiettivo da voler raggiungere di nuovo, un qualcosa da voler vivere sulla propria pelle, per poterlo salvare a propria volta nel cassetto più prezioso e più custodito dei ricordi personali, e poterlo raccontare e lasciare in eredità un domani ai propri figli, perché il famoso “Non sapete che vi siete persi”, comparso all’indomani del tricolore fuori le mura del cimitero di Poggioreale, con gli anni è diventata un’esclamazione rivolta non solo alle generazioni passate, ma anche a quelle future. La vittoria per 3 a 1 in casa della Juventus e il gol di Maradona al Milan, le parate improbabili ma efficaci di Garella e le interviste dagli spogliatoi di Galeazzi, la grinta di Bagni e Bruscolotti e le giocate di Giordano, i chilometri macinati da De Napoli e la rete scudetto di Carnevale alla Fiorentina, Ferrario, Ferrara, Renica, Caffarelli e tutti gli altri e poi Diego, troppo speciale, troppo unico ed irripetibile, troppo extraterrestre per essere accostato a qualsiasi altro comune mortale che abbia calpestato l’erba di un campo da calcio, sono immagini di giornali che non possono ingiallire, frammenti di videocassette che non possono essere superati da nessuna tecnologia, ricordi che resteranno intatti nei secoli, senza che il tempo possa far sbiadire, come parte integrante della storia millenaria della città.

Certo, Maradona è uno solo, perché uno così, come tutti i più grandi artisti, nasce una volta sola, sia per la sua natura di semidio calcistico, il cui piede sinistro fosse stato chiaramente ispirato da un soffio divino, sia per il suo carattere di moderno Robin Hood, Che Guevara del pallone che al palmares dei club più titolati al mondo preferì Napoli, dove i bambini “gli ricordavano come era lui a Buenos Aires”, ma questo non vuol dire che un momento come il 10 maggio 1987 non possa ripetersi, perché, come afferma Stefano Accorsi nel suo monologo in “Radiofreccia” del nerazzurro Ligabue << Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà più, ma non è detto che non ce ne siano altre belle in maniera diversa >>. Ecco, questo deve essere ad oggi l’obiettivo del popolo azzurro, la speranza verso cui dirigersi all’unisono, vedere un Napoli che dimostri che se unico ed irripetibile è stato Maradona non debba essere parimenti unica ed irripetibile la vittoria degli scudetti, un Napoli vincente e bello a modo suo, come quello che sta costruendo Sarri, che si sganci dal paragone con quello della Ma-Gi-Ca, e possa tornare a sentirsi come Armstrong che dalla Luna guardava tutti dall’alto. Ed allora, quando quel giorno arriverà, per intere generazioni di tifosi sarà nuovamente il 10 maggio 1987, inteso non come fredda data sul calendario, ma più ampiamente come stato d’animo; lo stato d’animo di chi, attraverso il calcio, trova la forza di credere ai propri sogni.

Bruno Marchionibus

 

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