Da Zeman ad Ancelotti, la continua metamorfosi di Lorenzo Insigne

Sette gol in neanche due mesi dall’inizio di questa stagione, una serie di prestazioni sugli scudi e la candidatura forte a diventare il faro della Nazionale di Mancini nel tentativo di risollevare le sorti dell’altra maglia azzurra da lui indossata. L’avvio di annata di Lorenzo Insigne, insomma, è da dieci e lode, complice la maggior incisività in zona gol dovuta al cambio di posizione in cambio cucitogli addosso da mister Ancelotti, che ha iniziato a guardare al talento di Frattamaggiore come ad un vero e proprio numero dieci più che ad un esterno d’attacco.

Ma ciò che colpisce nella carriera di Lorenzinho è come, in realtà, ogni tecnico che lo ha allenato lo abbia inserito nel proprio scacchiere tattico in una posizione e con compiti sempre diversi, cosa che ad ogni modo non ha mai impedito al classe ’91 partenopeo di offrire un rendimento costantemente tra i migliori della squadra. Dal 4-3-3 di Zeman tutto calcio offensivo e verticalizzazioni nel quale Lorenzo regala spettacolo a Foggia prima e Pescara poi, il nostro, al momento del suo ritorno a casa nel 2012, si trova catapultato nel 3-5-2 di Mazzarri, nel quale ricopre (bene) il ruolo di seconda punta pura, subentrando quasi sempre a gara in corsa a Goran Pandev per affiancare il Matador Cavani, nell’ultimo anno del bomber uruguaiano a Napoli. Dopo quel primo approccio con la Serie A, condito da 5 reti e dall’esordio in Nazionale maggiore contro Malta, Insigne diventa nella stagione successiva, dopo essere stato tra l’altro tra i protagonisti del secondo posto dell’Under 21 al Campionato Europeo di categoria, uno dei perni fondamentali del Napoli di Benitez, con l’allenatore spagnolo che considera il fantasista di Fratta perfetto per giocare sulla corsia sinistra d’attacco del suo 4-2-3-1. Lorenzinho paga il suo posizionamento lontano dalla porta con una scarsa percentuale realizzativa, ma grazie al nuovo ruolo migliora esponenzialmente in fase difensiva, diventando senza dubbio un giocatore più universale; ed è solamente il brutto infortunio al ginocchio occorsogli nel novembre 2014 a Firenze a frenarne momentaneamente la crescita.

Quando nell’estate del 2015, dopo l’addio di Rafa, sulla panchina del Napoli siede Maurizio Sarri, ci si chiede quanto negli schemi del nuovo mister Lorenzo possa adattarsi sin da subito. La risposta tarda poco ad arrivare; dopo le prime uscite in cui viene schierato da trequartista puro nel 4-3-1-2, con il passaggio a 4-3-3 Insigne, schierato nuovamente da laterale sinistro in un tridente puro, sembra ritrovare il feeling col gol dei tempi di Zemanlandia, e conclude il primo campionato dell’era Sarri con 12 gol messi a segno, ed un numero di assist a Gonzalo Higuain, suo partner d’attacco in quella stagione, al di là di ogni immaginazione. L’anno seguente Lorenzo fa ancora meglio, con 18 marcature all’attivo ed un girone di ritorno disputato su livelli fantascientifici, così come da fantascienza è il campionato 2017/18, nel corso del quale il Magnifico, pur trovando con minore frequenza la via della rete, diviene a tutti gli effetti uno dei leader assoluti della squadra, contribuendo con le sue giocate al sogno tricolore, stroncato solamente alla quart’ultima di campionato tra San Siro ed il Franchi.

Il resto è storia recente, con l’arrivo all’ombra del Vesuvio di Ancelotti, il passaggio alle due punte con Insigne numero dieci ideale a supporto di Milik o Mertens, le sei reti in otto uscite in campionato e soprattutto la firma sull’impresa col Liverpool con annessa esultanza da vero condottiero. Cambiano i mister e i ruoli, ma non si frena la crescita di cui Lorenzo anno dopo anno si sta rendendo protagonista, e la sensazione è che, come cantava Ligabue, il meglio debba ancora venire.

Bruno Marchionibus

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