Elogio del ruolo del portiere (e di Pepe Reina)

REINA_ROSAE’ uno strano ruolo quello del portiere. In un gioco dove lo scopo dichiarato è quello di segnare, si ha il compito di impedire ciò; nello sport per eccellenza giocato con i piedi, si utilizzano le mani. Il portiere vive partite da atleta di sport individuale all’interno di un collettivo, dello sport di squadra per antonomasia, e forse per questo, con l’ala ed il fantasista puro in via di estinzione, rimane ad oggi il ruolo più romantico e poetico del football; basti pensare alla poesia “Goal” di Umberto Saba ed a “La palla innamorata” di Jorge Amado, racconto presente in molti libri scolastici di Antologia, o più semplicemente alla natura dei vocaboli accostati nel linguaggio comune agli estremi difensori (“il volo del portiere”, quasi come fosse un angelo). Il portiere vive i novanta minuti in un mondo a parte rispetto ai compagni, convivendo con i legni della propria porta, con freddo, pioggia, vento o caldo asfissiante,ascoltando spesso i brusii della curva, custodendo la rete alle proprie spalle come un esperto guardiano e dirigendo i propri difensori come un direttore d’orchestra fa con i suoi musicisti. E forse è proprio per questo che i migliori portieri hanno sovente nei soprannomi richiami ai supereroi dei fumetti (dall’Uomo Ragno Zenga a Batman Taglialatela), anch’essi eroi solitari pronti a scongiurare minacce e pericoli.

Chi da piccolo approcciandosi al calcio sceglie questo ruolo ha probabilmente uno spirito di opposizione forte, ma anche un grande carattere. Da bimbi si sa, chi viene schierato tra i pali spesso è considerato semplicemente “quello che è meno bravo degli altri”, o “quello che altrimenti nessuno sceglie nella propria squadra”, e quando anche si dimostra invece di avere talento, si convive comunque con l’idea che se non subisci gol hai fatto il tuo dovere, mentre se la squadra va sotto hai inesorabilmente parte della colpa. E spesso, ahimè, anche tra i professionisti quello dell’estremo difensore è un ruolo che passa in secondo piano rispetto a chi i gol li realizza, o rende possibile realizzarli; si pensi che una sola volta è stato un portiere, il Ragno Nero Lev Yashin, ad aggiudicarsi il Pallone d’Oro. Ed invece, guardando ai fatti, pochi ruoli sono importanti come quello che gli anglofoni chiamano “goalkeeper” (letteralmente “custode della rete”); il guardiano della porta ha enormi responsabilità, sa che non può sbagliare, perché ogni suo errore è fatale per la squadra, ma anche che è lui a poter salvare i suoi e togliere le castagne dal fuoco nei momenti più difficili. Egli deve mantenere alta la concentrazione per l’intero arco del match, con la possibilità di venire chiamato in causa in anche solo un’occasione, in cui deve avere comunque la prontezza di rispondere presente. Il portiere ha il compito di guidare la difesa avanti a lui, infondendogli sicurezza con la voce, col posizionamento e con ogni intervento che compie.

Ed è proprio questo che, da quando è a Napoli ed in tutta la sua carriera, ha sempre fatto Pepe Reina, estremo difensore spagnolo che ha fin dagli esordi reso la personalità ed il carisma i suoi punti di forza. L’iberico, che ha difeso nell’ultimo quindicennio pali “importanti”, come quelli di Villareal, Liverpool e Bayern Monaco, è portiere atipico, con piedi degni del miglior regista di centrocampo e carattere estroverso e solare. Pepe è uno di quelli che il filosofo definirebbe “uomini d’amore”, e che per amore ad un certo punto della sua vita calcistica ha deciso di mettere da parte il mero lato economico e segure le ragioni del cuore, quelle che lo hanno riportato a Napoli, città così adatta al suo modo di essere che il madrileno ha difeso ed elogiato ripetutamente anche più di alcuni che in riva al Golfo ci sono nati.

Reina a Napoli ha offerto, tra la guida di Benitez e quella di Sarri, due grandi annate; poi, da alcuni mesi a questa parte, è incappato in qualche errore, come d’altronde a tutti i portieri del mondo capita, e la sua figura è passata per molti da quella di leader indiscusso a quella di giocatore sul viale del tramonto, di cui bisognava in fretta trovare un erede designato. Pepe, da grande professionista, non si è fatto minimamente condizionare dalle critiche, si è assunto la responsabilità delle sue colpe, come solo gli uomini forti sanno fare, ed è andato avanti per la sua strada, ritrovando se stesso ed offrendo un inizio di 2017 che lo ricolloca sui suoi livelli abituali, di calciatore in grado di far guadagnare nel corso di una stagione punti importanti alla sua squadra.

Le parate di ieri contro la Fiorentina, con interventi da evidenziare su Chiesa ed Astori ed altri di ordinaria amministrazione in cui l’iberico ha mostrato sicurezza e tranquillità, sono infatti il continuo di alcune prestazioni sopra la sufficienza, come quella con la Samp, quando il numero 25 azzurro tenne a galla i suoi con una parata super su Muriel, e quelle con Pescara e soprattutto Milan, in cui il nazionale spagnolo, pur se non chiamato a salvataggi particolari, ha guidato la retroguardia partenopea con carisma, trasmettendogli grandissima serenità. E se non ci si è risparmiati nel muovere verso Reina critiche anche eccessive rispetto al dovuto nei mesi scorsi, è giusto oggi mettere in altrettanta evidenza i meriti e l’importanza che il portierone napoletano continua ad avere all’interno della “Banda Sarri”, sia come condottiero della difesa (fu lo stesso tecnico toscano ad affermare << Reina ha il joystick di Koulibaly >>), sia come estremo difensore ancora in grado di risultare decisivo in più incontri (anche in questo campionato in chiaroscuro Pepe ha effettuato interventi da ricordare, come contro il Genoa sul Cholito Simeone, contro il Crotone su Falcinelli e contro l’Inter con un vero e proprio miracolo su Perisic).

Bruno Marchionibus

 

Bruno Marchionibus
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