Giovanni Carnevali, “Top manager of the year”: “Il calcio italiano ha grandi problemi”
«Il calcio italiano ha grandi problemi. Tra questi uno dei principali riguarda la governance del movimento e questo in molti casi non ci permette di stare al passo con gli altri movimenti europei». Giovanni Carnevali, CEO e general manager del Sassuolo, è considerato uno dei dirigenti più preparati e lungimiranti del calcio nazionale. Tanto che al recente Social Football Summit svoltosi a Roma (kermesse che raduna i migliori stakeholder del calcio italiano e non solo) è stato insignito del premio “Top manager of the year” con la motivazione: “di aver conseguito i migliori risultati in termini sportivi e di comunicazione, la gestione generale del proprio club, la valorizzazione e lo sviluppo del brand all’estero”.
In questa intervista a Calcio e Finanza, il manager milanese ha spiegato il momento delicato che sta attraversando il calcio italiano passando, dai problemi economici dei club susseguenti la pandemia alla questione della governance del movimento, per poi analizzare il fenomeno delle plusvalenze e il futuro del Sassuolo, che per sua stessa ammissione, ha già ricevuto diverse proposte di acquisto negli ultimi tempi.
A cosa si riferisce nel particolare quando parla di problemi di governance?
«Avere un management operativo, libero di prendere decisioni indipendentemente dall’assemblea: 20 società sono tante da mettere d’accordo».
Secondo Lei questa mancanza di coté politico ha nociuto al calcio quando si è trattato, invano, di avere un sostegno dallo Stato per i fondi post-pandemia?
«Questo è difficile da dire. Però constato che la trasmissione verso l’alto delle necessità del calcio italiano ha quale unica figura “politica” il presidente della Figc Gabriele Gravina. Questi però deve farsi carico dell’intero movimento, dalla Nazionale sino ai dilettanti. Noi come Lega, invece, abbiamo le due figure apicali (il presidente Paolo Dal Pino e il ceo Luigi De Siervo, ndr), entrambe di derivazione manageriale».
Però conviene che lo Stato difficilmente può garantire soldi pubblici a un sistema tendenzialmente in perdita e che non sembra ascoltare nessuno per quanto riguarda le necessarie riforme. Posto che la cosa riguarda solo tangenzialmente il Sassuolo visto che degli ultimi cinque anni, a parte il bilancio 2020 zavorrato dalla pandemia, quattro esercizi sono stati chiusi in utile?
«Al di là della situazione del Sassuolo, quello che dico è che io sono pronto alle riforme. Le faccio un esempio: molti sostengono che una Serie A a 18 squadre sarebbe migliore dal punto di vista tecnico e maggiormente sostenibile economicamente. Potrebbe essere vero però va detto che sarebbe più opportuno soprattutto per i grandi club, che avendo le coppe hanno calendari intasati e quindi devono allestire rose numerosissime che vanno a ingigantire i costi. Per noi società medio piccole però non è così. In primo luogo perché ci sarebbero meno posti nella massima serie, che è di gran lunga la più lucrativa. In seconda istanza perché avremmo minori introiti visto il minor numero di partite. Pertanto ben venga un campionato a 18 squadre a patto però che i grandi club stringano un patto di mutualità con cui aiutano i più piccoli».
Fonte – Calcio e Finanza-



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