Giovedì sera tutti a cena appassionatamente
Tutt’azzurra la gran tavola imbandita per la squadra, per i tecnici, per l’intero staff mentre la stagione scivola via raccontando ciò che è successo da quel giorno di luglio in cui Luciano Spalletti disse: “Questa è la città in cui il calcio e i miracoli sono la stessa cosa.” E nessuno avrebbe immaginato che a sei giornate dal termine si vuol credere ai miracoli che rendono la vita del tifoso eccitante. I pronostici parlavano del settimo posto mettendo Juve, le milanesi, l’Atalanta, la Roma e la Lazio un passo avanti. C’era solo da scommettere tra Juve e Inter per lo scudetto con qualche chance per Roma e Atalanta.
E invece arriva questo signore dai vigneti, riposato e pronto a mettersi in gioco dopo aver a lungo studiato gli interpreti dello scorso campionato che avrebbero dovuto competere in Champions.
In 32 giornate ha avuto giorni di pura felicità, ha ricostruito una carriera e una dignità calcistica a Lobotka e Rrhamani. Ha iniziato ad educare tatticamente Victor Osimhen, ha reso professore Mario Rui, ha preparato Andrea Petagna ad essere pronto al momento giusto, ha dato personalità ad Elmas, ha detto a Juan Jesus che è un giocatore che vale. Ma ancora non è attrezzato per i miracoli. Gli mancano i rigori che avrebbero cambiato la classifica e gli manca qualche sceneggiata in campo che avrebbe costretto il signor fischietto di turno a rivedere le decisioni.
Su questi ultimi aspetti, niente di nuovo sotto il sole sin dai tempi di Vinicio in poi, ma se dovesse sfumare quel successo che manca da 32 anni, ci sono le basi per “ricomincio… da…tre.” E la speranza è vita.




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