Il Napoli attende il Liverpool, croce e delizia nella carriera di Ancelotti

Napoli-Liverpool è già, probabilmente, partita quasi decisiva nella corsa degli azzurri verso la qualificazione agli ottavi di Champions, dopo il passo falso compiuto da Hamsik e compagni nell’esordio europeo in casa della Stella Rossa. Considerando come, infatti, difficilmente i Reds ed il PSG lasceranno punti per strada negli scontri contro i serbi, gli azzurri per poter rimediare allo 0 a 0 di Belgrado e rimettersi in corsa devono inevitabilmente fare risultato contro le due altre pretendenti al superamento del Girone.

Il Liverpool, ad ogni modo, per il condottiero azzurro Carlo Ancelotti rappresenta qualcosa in più di un semplice avversario con cui giocarsi un traguardo; i “rossi” inglesi hanno infatti nella carriera da giocatore prima e da allenatore poi dell’attuale mister partenopeo caratterizzato momenti estremamente difficili da digerire, ma anche fortemente belli da vivere e ricordare.

Il primo incrocio di Ancelotti con i Reds è probabilmente legato al rimpianto più grande, insieme alla semifinale di Italia ’90 persa con l’Argentina di Maradona, della carriera di “Carletto”. Fu proprio il Liverpool, infatti, a negare all’allora centrocampista della Roma ed a tutta la squadra ed il popolo giallorosso la gioia massima di poter festeggiare la vittoria della Coppa dei Campioni in casa propria; gli inglesi, nella finale del 1984, si imposero infatti sui capitolini, campioni d’Italia in carica, ai calci di rigore, dopo l’1 a 1 dei 120 minuti di gioco. Ancelotti non giocò quella partita, a causa di un serio infortunio al ginocchio che lo aveva messo fuori casa a partire dal dicembre dell’83, ma quel trofeo, che poi il mister avrebbe vinto già da calciatore con la maglia del Milan, sarebbe stato senza dubbio uno dei più prestigiosi nel palmares dell’emiliano, anche considerato l’apporto da lui dato alla causa romanista nell’anno dello Scudetto, ed all’amore, ricambiato, che è sempre esistito tra il tecnico azzurro e l’ambiente giallorosso.

La sconfitta più dura da digerire, in ogni caso, della carriera di Ancelotti, è senza dubbio riferibile alla finale di Champions persa dal Milan da lui allenato nella stagione 2004/05. Ad Istanbul, i rossoneri già Campioni d’Europa due anni prima sulla Juventus ai calci di rigore (stesso epilogo di diciannove anni prima tra Roma e Liverpool, ma con finale inverso per il nostro attuale allenatore, a dimostrazione di come il calcio quasi sempre prima o poi ridà ciò che toglie), disputano un fantascientifico primo tempo contro il Liverpool di Rafa Benitez. Allo scadere della prima frazione il parziale è di 3 a 0 per la squadra italiana, con le reti del Capitano Paolo Maldini e di Hernan Crespo (2), imbeccato da uno straripante Kakà, e la sensazione è che le tre reti di scarto stiano anche strette al Milan, con un gol di Shevchenko ingiustamente annullato dopo un quarto d’ora. Quello che avviene nel secondo tempo, poi, è storia: i Reds, nel giro di sei minuti, trovano nessuno sa ancora oggi come tre reti con capitan Gerrard, Smicer e Xabi Alonso, lesto a raccogliere la ribattuta di Dida su un penalty da lui stesso calciato. I calciatori del Diavolo, come ammesso in più occasioni in seguito da tanti dei protagonisti di quella notte, stentarono a capire cosa fosse successo, ma nonostante ciò fecero in tempo ad avere un’occasionissima nel finale con Sheva fermato in maniera incredibile dal portiere avversario Dudek. A quel punto era ormai chiaro che il destino per gli uomini di Ancelotti fosse già scritto, e gli inglesi si imposero ancora una volta, dopo i supplementari, dagli undici metri, con Dudek protagonista di un balletto sulla linea di porta prima di ogni tentativo dei rossoneri sulla falsariga di quanto fatto da Grobbelaar nella sfida tra Roma e Liverpool sopra citata.

Ma, nello sport come nella vita, molto spesso lo stesso destino che sembra girarti le spalle ti rende l’occasione di avere un riscatto personale, e così, due anni dopo la folle finale giocata in Turchia, ad Atene nell’ultimo atto della massima competizione europea per club si trovano nuovamente di fronte il Milan di Ancelotti ed il Liverpool di Benitez (i cui pali stavolta sono difesi da uno spagnolo, tale Pepe Reina, che qualche anno più tardi entrerà di diritto nella storia del Napoli). Forse forte dell’esperienza del 2005, quello che nel 2007 scende in campo in Grecia è un Milan più accorto, con una Kakà a supporto del solo Inzaghi in avanti, ed un Ambrosini in più a metà campo; ed è proprio SuperPippo Inzaghi, in una delle serate più belle della sua carriera, a regalare la grande rivincita al Diavolo ed al suo mister. L’attaccante piacentino nel primo tempo realizza il classico gol di opportunismo, “alla Inzaghi” appunto, deviando col corpo una punizione di Andrea Pirlo, mentre nella ripresa scatta sulla linea del fuorigioco come nessuno meglio di lui abbia mai saputo fare, supera il portiere spagnolo e sigla il 2 a 0. I Reds, sfruttando anche la memoria di quanto avvenuto ad Istanbul, nel finale mettono paura al Milan con la rete dell’olandese Kuyt che accorcia le distanze, ma stavolta il Milan resiste, ed alza al cielo la seconda Champions in quattro anni.

Bruno Marchionibus

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Giornalista

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