Le amnesie del Napoli, la funzione di Sarri, le aspettative dei tifosi

L’analisi della sconfitta di Bergamo ha portato scompiglio, anche se la sosta per le gare della nazionale attenuerà i suoi effetti.

C’è, come sempre, una larga schiera di tifosi e di addetti ai lavori che sostengono a spada tratta l’operato di Sarri e c’è chi invece la pensa diversamente.

Il problema in sostanza non è essere pro o contro Sarri. E’ importante capire quale sia la malattia che impedisce al Napoli di compiere l’ultimo passo per raggiungere gli obiettivi che sembrano quasi alla sua portata.

Le amnesie, i punti gettati alle ortiche, le prestazioni altalenanti che di tanto in tanto fanno capolino, a ben pensarci, si sono viste anche quando in panchina sedevano Mazzarri e Benitez.

GettyImages-610180502A Sarri si richiede, proprio per la passione che mette nel suo lavoro, di compiere in qualche caso uno sforzo di adattamento decisivo rispetto a chi lo ha preceduto.

Non si possono raggiungere grandi traguardi adottando uno stile di gioco univoco, a meno che non si abbia a disposizione una rosa di grandi giocatori. Chi non ricorda, a tale proposito, la Juve di Trapattoni che fu di fatto l’ossatura della nazionale che si impose ai mondiali di Spagna? Chi ha dimenticato il grande Milan di Sacchi, Capello e Ancelotti capace di imporsi in Europa come nessuno mai tra le big italiane? E chi fa finta di dimenticare la Juve ricostruita da Conte e perfezionata da Allegri con investimenti tanto importanti da far dichiarare il campionato già assegnato prima di giocarlo?

Il raggiungimento di grandi risultati a Napoli non è solo una questione di bilanci, di fatturati, di campagna acquisti condotta in un certo modo, di errori arbitrali che si ripetono,  ma anche e soprattutto la capacità del gruppo, affidato a Sarri, di raggiungere un livello importante e saperlo mantenere, senza cadute di tensione o black out improvvisi.

Non si sa se Sarri potrà produrre una piccola violenza su se stesso e se ne ha la capacità. E’ giusto, invece, chiedergli di analizzare con distacco, se possibile, gli inaspettati scivoloni soffermandosi solo sui difetti dei suoi uomini, che vengono puntualmente fuori quando cala la tensione al punto da trasformare una squadra effervescente in un gruppo disorientato.

Il Napoli è questo. A Bergamo è stato la controfigura della squadra che tutta l’Italia ci invidia perfidamente e il suo allenatore non è riuscito a scuoterla, a farla ripartire, neanche dopo l’intervallo. Forse non poteva che andare così, ma è giusto chiedersi perché e se qualcosa si possa fare per impedire queste rese quasi incondizionate al cospetto di squadre non irresistibili ne così particolarmente agguerrite.

Questo non vuol dire mettere in discussione il tecnico solo perché è la cosa più facile da fare, ma piuttosto aiutarlo, evidenziare tutto quello che non ha funzionato.

Nel periodo della grande Inter del primo Moratti e di Herrera e del Milan di Rizzoli e del Paron, le due formazione meneghine si avvalsero dell’apporto del grande Gianni Brera che con arguzia, capacità linguistica e conoscenza del calcio raggiunse l’obiettivo di vedere le due milanesi primeggiare a lungo in Italia ed in Europa, facendo anche una falsa guerra “all’abatino” Rivera.

Questo non è un semplice esercizio di memoria semmai è la ricerca di soluzioni che possano valorizzare il lavoro di tutti per il raggiungimento di quelle che sono diventate legittime aspettative.

Giovanni Gaudiano

Giovanni Gaudiano
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Giornalista

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