Matthias Sindelar, il Mozart del pallone che sfidò il regime nazista

Stsindelar2adio Prater di Vienna, 3 aprile 1938. Sul campo della città che fu di Mozart e Klimt, sono di fronte la Nazionale austriaca e quella della Germania. L’incontro, che passerà alla storia come Anschlussspiel (partita della riunificazione), non è una sfida come tutte le altre; per i padroni di casa, il Wunderteam (Squadra delle Meraviglie), che negli anni ’30 ha regalato spettacolo e vittorie ai propri tifosi arrivando ad un passo dalla finalissima nella Coppa del Mondo del ’34 in Italia, quella sarà l’ultima uscita con la maglia che rappresenta il proprio paese. L’Austria, infatti, ha ormai il destino segnato: Adolf Hitler ha praticamente portato a termine il progetto di annessione della sua terra natale al Terzo Reich, e dietro le apparenze della nefasta propaganda di Goebbels, che mostra la popolazione austriaca felice di essere inglobata sotto l’aquila nazista, le peggiori atrocità stanno già martoriando la popolazione conquistata, che vedrà di lì a poco il proprio leader politico Dollfuss assassinato dalle SS e migliaia di ebrei ed oppositori del regime giustiziati o deportati in campi di lavoro. La selezione austriaca, il cui gioco offensivo era figlio degli insegnamenti che il commissario tecnico Hugo Meisl aveva appreso dal mitologico Jimmy Hogan, ha ottenuto il pass per i Mondiali che si giocheranno quell’estate in Francia, ma, dopo l’unificazione alla Germania nazista, anche le Nazionali dei due paesi sono destinate a diventare una sola cosa, ed alla Coppa Rimet in programma a giugno, così, parteciperà una rappresentativa mista con i migliori giocatori dei due paesi sotto la bandiera con la croce uncinata.

Tra di essi spicca il geniale uomo d’attacco dell’Austria Vienna, Matthias Sindelar, soprannominato “carta velina” per l’esilità del suo fisico ma anche e soprattutto “Mozart del pallone” per la classe innata di cui era dotato e che mostrava ad ogni giocata, con cui faceva innamorare il pubblico che prontamente accorreva ogni settimana ad ammirare le gesta del proprio eroe. Sindelar, in quella circostanza capitano della sua squadra, la quale per l’occasione rinuncerà ai tradizionali colori sociali bianconeri per indossare un bianco e rosso in onore alla propria bandiera nazionale, in quei giorni sopraffatta dall’orrore della svastica, non aveva avuto di certo una vita facile; nato in Moravia, a Kozlov, nell’allora territorio dell’Impero Austro-Ungarico, aveva perso il padre in giovane età, vittima del martirio della Grande Guerra nella battaglia dell’Isonzo, ed aveva così dovuto iniziare a lavorare sin da giovanissimo in un’officina per contribuire al sostentamento della madre, lavandaia, e delle sue tre sorelle. Matthias, tuttavia, riuscì a non abbandonare mai la sua più grande passione, il calcio, e dopo essere entrato nella squadra del suo quartiere, l’Herta ASV di Vienna, esordì in massima serie a diciotto anni, nel 1921. Il talento del boemo fu sin da subito evidente a tutti, cosicchè da suscitare l’interesse dei club più titolati del Paese; nel 1924, nonostante fosse reduce da un grave infortunio al menisco destro causato da una caduta in piscina, dal quale era riuscito a rimettersi in sesto grazie alle cure del medico viennese Hans Spitzy, che lo aveva tenuto lontano dai campi da gioco per quasi un anno, Sindelar si trasferì ai viola dell’Austria Vienna, una delle società più titolate della Nazione. Conseguenza naturale della sua ascesa arrivò, due anni più tardi, la prima chiamata con la maglia della Nazionale; il rapporto con il tecnico Meisl fu dapprima burrascoso, con l’esclusione dell’attaccante per diverse partite, ma in seguito, dopo la reintegrazione avvenuta a furor di popolo, il Mozart in scarpe da calcio condusse il suo team ad una serie prodigiosa di vittorie consecutive, nonché a sfiorare la finale dei Mondiali ’34, sfumata a causa di una sconfitta di misura in semifinale contro l’Italia, ottenuta dai padroni di casa con il supporto di un arbitraggio “di regime”. Tra le reti più belle siglate dall’asso di Kozlov con la maglia dell’Austria si ricorda un gol messo a segno contro gli inventori del gioco, l’Inghilterra, a Stamford Bridge, quando l’attaccante concluse nel migliore dei modi un’azione partita da metà campo in cui aveva dribblato praticamente l’intera retroguardia avversaria.

E in quel giorno di inizio aprile del ‘38, sul prato dello stadio viennese, fu proprio Sindelar a siglare il vantaggio dei padroni di casa al 70esimo minuto di gioco, andando ad esultare sotto la tribuna autorità, a pochi metri dai gerarchi nazisti; il Wunderteam concluderà la sua avventura calcistica aggiudicandosi l’incontro per 2 a 0, con la rete nel finale di Karl Sesta, amico di Matthias e suo compagno all’Austria Vienna. Alla fine del match, i giocatori di entrambe le compagini furono chiamati al cospetto delle autorità rappresentanti dei nuovi dominatori per salutarle a braccio teso; Sindelar e Sesta, tuttavia, rifiutarono di compiere quel gesto, sfidando apertamente il regime che andava instaurandosi, ed il ragazzo che veniva dalla Moravia inoltre scelse di non vestire mai la maglia della Selezione del Reich, destinata ad uscire subito di scena dalla Coppa del Mondo ’38, al termine della quale l’Italia di Vittorio Pozzo conquisterà il suo secondo titolo mondiale.

Matthias Sindelar non indosserà mai più i colori del suo Paese; il giocatore sarà rinvenuto morto nella sua abitazione il 23 gennaio 1939 assieme alla sua compagna Camilla Costagnola, italiana di religione ebraica che aveva conosciuto durante i Mondiali di cinque anni prima. I corpi furono quasi subito sepolti e le indagini relative alla loro dipartita archiviate immediatamente, attribuendo il tragico evento ad un accidentale avvelenamento da monossido di carbonio. La versione, però, appare difficilmente credibile, dato che Sindelar era già stato da tempo finito sotto la lente di ingrandimento della Gestapo per la sua avversione nei confronti del regime, che negli anni del suo infernale dominio sulla Germania e su buona parte dell’Europa Continentale, tra i milioni di morti causati dal diabolico germe delle idee naziste, spezzò le giovani vite anche di innumerevoli atleti ed uomini legati allo sport; terminerà i suoi giorni in terra a soli trent’anni Carl Ludwig Hermann Long, detto Luz, autore della più epica finale di salto in lungo della storia delle Olimpiadi contro il semidio Jesse Owens e che morirà nel ‘43 in Sicilia, dove i suoi resti riposano ancora oggi, finito vittima del fuoco alleato durante la battaglia di Niscemi. E verrà giustiziato anche Werner Seelenbinder, decapitato dalle SS nel carcere di Brandenburg-Gorden poco più che quarantenne; campione tedesco di lotta greco-romana, Seelenbinder fu in gioventù vicino ai movimenti operai e poi comunista e membro della Resistenza, il che ne causerà l’arresto e la condanna a morte dal regime a pochi mesi dalla sua caduta. Il lottatore si classificò quarto alle Olimpiadi di Berlino del ’36 nella sua specialità, nella quale occasione aveva promesso che, in caso di arrivo sul podio, avrebbe mostrato pubblicamente il suo disprezzo verso il Furher. E fu proprio al termine delle Olimpiadi di Berlino che decise di togliersi la vita Wolfgang Furstner, capitano dell’esercito tedesco e responsabile dell’organizzazione del Villaggio Olimpico, che pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi era stato sostituito da Werner von Gilsa a seguito delle sempre più insistenti voci sulle sue origini ebraiche; i nazisti, rinvenuto il suo cadavere, diffusero la notizia che il militare fosse deceduto a causa di un incidente d’auto.

Bruno Marchionibus

 

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