Quel Pasticciaccio brutto dello Stadio Collana.

Una struttura che nel suo curriculum vanta le partite del Napoli prima di approdare al San Paolo. In balia fra le costanti lotte politiche tra Regione e Comune, lo stadio Collana, sede polifunzionale nel vero senso del termine (dal calcio al nuoto, dalla scherma al rugby, dalle arti marziali all’atletica leggera) oggi piange, sebbene rappresentasse un tempo una vera e propria ricchezza non solo per il Vomero, ma per l’intera città.

Ma le epopee durano a lungo e l’Odissea dello Stadio Collana, se possibile, sembra proprio non finire mai: «Per favore non perdiamo altro tempo. Lo sport, quello vero, non può più aspettare. Tutti ci auguriamo che il Collana riapra il prima possibile ma deve riaprire nel rispetto della legge, nel rispetto del bando di gara, nel rispetto dei cittadini, nel rispetto dello sport, nel rispetto degli sportivi e delle associazioni sportive, che hanno operato per decenni sul territorio con grandissimi sacrifici anche personali, facendo risuonare l’inno di Mameli, portando in alto l’onore del Paese e di questa città in tutto il mondo» – tuona Sandro Cuomo nell’ultimo drammatico appello, in rappresentanza del comitato delle associazioni che un tempo animavano il Collana. “Abbiamo presentato un Question Time in consiglio regionale per conoscere i tempi della riapertura. Qualora la Giano non sia in grado di effettuare gli interventi richiesti si faccia da parte, la Regione riprenda possesso dell’impianto e coinvolga le associazioni nella gestione. Il secondo stadio di Napoli non può essere ostaggio del lassismo” – gli fa eco il consigliere regionale Borrelli.

In breve, la Regione Campania – proprietaria dell’impianto per il quale nel 2014 è scaduto il contratto di comodato d’uso gratuito che ha permesso al Comune di Napoli la gestione fino a fine 2016 – a seguito di un bando di gara per la concessione della gestione affida alla società Giano (i cui soci all’epoca risultavano il costruttuore Pagliara, Ciro Ferrara e Fabio Cannavaro, usciti successivamente dalla compagine sociale) la realizzazione delle attività. Nel frattempo però, lo stadio, per alcuni cedimenti, dall’inizio del 2017 chiude al pubblico.
La Giano dal canto suo, dopo una serie di vicissitudini giudiziare (ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato), avrebbe dovuto cominciare a ristrutturare e gestire l’impianto, ma l’affidamento viene comunque sospeso dalla Regione Campania per l’approssimarsi delle Universiadi. Infatti, proprio per questa manifestazione, lo stadio di via Ribera viene affidato provvisoriamente all’Agenzia Regionale per l’Universiade 2019 la quale avvia subito – con fondi propri – i lavori indispensabili a rendere lo stadio agibile per l’evento.
A questo punto la domanda nasce spontanea: se il bando prevedeva che il concessionario, senza alcun intervento di risorse pubbliche, avrebbe dovuto ristrutturare l’impianto, come si spiega l’intervento di fondi pubblici arrivati in occasione delle Universiadi? E ancora: se il bando è stato vinto con la dichiarazione di impegno di ben sette milioni di euro di cofinanziamento da parte del concessionario (da reperire attraverso un finanziamento col credito sportivo) questi fondi previsti dove sono finiti e come mai non sono ancora arrivati? Infine, come mai con un atto aggiuntivo alla convenzione si è stabilito di far decorrere la concessione stessa dalla fine dei lavori e non dalla consegna dell’impianto, rallentando così, de quo, l’interesse dello stesso concessionario a terminare i lavori quanto prima? Le ultime notizie danno l’intero affaire dell’affidamento a Giano anche nel mirino della Corte dei Conti che, tra le altre cose, indaga anche sull’azzeramento del canone da 3 milioni annui da versare alla Regione previsto dal bando di gara, ipotizzando un danno erariale per le casse pubbliche. Insomma, i dubbi per la gara aumentano e, a questo punto, altri ricorsi potrebbero allungare ancora di più i tempi di apertura della struttura con conseguente grosso danno, non solo per i cittadini vomeresi ma per la città intera.

Simona D’Orso

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