Sarristi o ancelottiani, l’importante è non perdere di vista il tifo per il Napoli

Il destino, quella forza al di sopra di tutto e tutti che già la cultura greca insegnava essere avvezza a divertirsi condizionando a proprio piacimento le vicende umane, ha voluto che, nello scorso week end, a poche ore di distanza siano arrivate, rispettivamente, la sonora batosta subita dal Napoli di Ancelotti alla prima uscita stagionale di rilievo, e la sconfitta del Chelsea di Sarri subita nella Supercoppa inglese per mano del City di Guardiola.

E’ bastato ciò perché sui social, oramai vera e propria cartina al tornasole per saggiare gli umori e le opinioni delle tifoserie, si scatenassero, come forze contrapposte pronte a darsi battaglia, due schieramenti rivali tra loro. Da un lato i sarristi estremisti, quasi felici di constatare come il nuovo Napoli sia ad oggi lontano anni luce dalla squadra dalla stordente bellezza ammirata negli ultimi tre anni, dall’altra coloro i quali rispetto alla rivoluzione portata avanti dal Comandante possono essere considerati i reazionari, i controrivoluzionari, pronti a zittire le critiche del giorno prima con il “Sarri zero titoli”, slogan che risulta obiettivamente colmo di ingratitudine verso chi, pur senza sollevare trofei, ha regalato ad un popolo intero nel corso di tre stagioni molto di più: la voglia e la forza di sognare.

Una diatriba di questo tipo, tuttavia, non può portare alcun beneficio ad una tifoseria che, già purtroppo abitualmente al centro di attacchi strumentali da tutte le parti d’Italia, ha il compito di rimanere unita e compatta per provare ad accompagnare la squadra in una stagione che si preannuncia non semplice da gestire sia dal punto di vista emotivo che da quello più prettamente tecnico, con le compagini rivali tutte rinforzate dal mercato estivo.

E, si badi bene, accompagnare la squadra non vuol dire certo, come pur sostiene qualcuno, non formulare giudizi critici verso la campagna acquisti, l’operato della società o il gioco messo in mostra in campo. Il diritto di critica, d’altronde, rientra nella libertà d’espressione, dalla quale il mondo dello sport non è certo esentato. L’importante, per non infiammare ancora di più un ambiente che facilmente sa prendere fuoco, è che si tratti sempre di critiche costruttive, e non di giudizi che hanno l’unico scopo di distruggere, minando la serenità interna alla squadra.

Non ha senso ad oggi, dunque, né attaccare i giocatori rimasti ad inseguire un sogno ed un allenatore giunto a Napoli forte di un palmares ricco di successi come quello di nessun altro al mondo, né, dall’altro lato, sminuire il lavoro di chi nel corso di tre campionati è andato ed ha condotto i suoi uomini ad andare ogni oltre limite umanamente immaginabile, rivoluzionando il calcio italiano ed omaggiando una città ed una tifoseria intera di un gioco che, chi ha avuto la fortuna di ammirarlo in prima persona, potrà raccontare un giorno ai propri figli per fargli amare davvero il football.

Se si è tifosi del Napoli, allora risulta impossibile non portare nel cuore i tre anni di Maurizio Sarri sulla panchina partenopea come una delle esperienze più belle vissute nella vita, come una gioia grande tanto quanto il rimpianto di non averla vista concludere nella maniera che avrebbe meritato. Così come, se nelle vene si ha del sangue colorato d’azzurro, non è pensabile attaccare dopo neanche un mese mister Ancelotti ed i ragazzi che ai suoi comandi proveranno ancora una volta a dare l’assalto alle posizioni nobili della classifica; altro è, naturalmente, constatare che alla rosa napoletana al momento manchino almeno un paio di elementi che renderebbero sicuramente meno improba la scalata alle zone altissime della graduatoria, ma d’altronde questo aspetto, per chi lo condividesse, non è in ogni caso imputabile né al tecnico emiliano né ai ragazzi che scendono in campo.

I sarristi tifosi del Napoli, categoria alla quale chi scrive è fiero di appartenere, dunque, dovrebbero probabilmente sganciare l’attuale Napoli di Ancelotti dal ricordo di quello del Comandante e, contenti del fatto che Sarri sia andato ad insegnare calcio in Inghilterra, concentrarsi sul proprio tifo e sulla propria passione per i colori azzurri qui in Italia, con un occhio di riguardo, naturalmente, alla Premier ed al cammino dei Bleus. I non sarristi, dal canto loro, dovrebbero rassegnarsi all’idea che uno dei cardini del Sarrismo è rappresentato dall’idea che la bellezza conti più di ogni altra cosa, anche delle vittorie stesse, è che quindi quello dei titoli vinti non è un argomento idoneo a contestare quello che appare comunque difficilmente contestabile.

Come sanare, dunque, questi contrasti intestini tra visioni diverse del gioco ? Auguriamoci tutti, da tifosi, di raggiungere risultati ancora superiori a quelli delle ultime stagioni e di vincere qualcosa di importante, a prescindere dalla nostalgia che si può provare per il passato, e rendiamoci conto, parimenti tutti, che la squadra che abbiamo visto giocare negli scorsi tre anni è entrata di diritto nella storia del calcio italiano e non solo, ed il fatto che sia stata la nostra squadra, quella per cui tifiamo, a fare questo, non può che rappresentare un motivo di vanto.

Bruno Marchionibus

Bruno Marchionibus
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Giornalista

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