Sport e cinema: sette film su eventi e personaggi sportivi del passato che ogni appassionato deve conoscere

RACE – IL COLORE DELLA VITTORIA

Si è soliti affermare che, a partire dalla sua instaurazione, il regime nazista non subì alcuna sconfitta finché non si imbattè nella fiera resistenza sovietica a Stalingrado. Dal punto di vista militare, questo è senz’altro vero, ma, da quello strettamente ideologico, la propaganda razziale di Hitler aveva dovuto incassare un gancio allo stomaco già anni prima, nel ’36, quando alle Olimpiadi di Berlino, organizzate nei minimi dettagli dal ministro della propaganda Goebbels per magnificare tramite i risultati sportivi la pretesa superiorità ariana, l’afroamericano Jesse Owens (Stephan James) stradominò le giornate dedicate all’atletica. “Race – il colore della vittoria” racconta la storia dell’atleta che, con la sola forza delle proprie gambe, sfidò il nazismo, a partire dal suo arrivo all’Università dell’Ohio per potersi allenare con coach Snyder (Jason Sudeikis) fino alla conquista delle quattro medaglie d’oro (100 metri, salto in lungo, 200 metri e 4×100) nel grigio agosto di Berlino, tracciando in maniera notevole i profili caratteriali e psicologici dei personaggi principali.

Da sottolineare, nella pellicola come nella storia reale, l’importanza della figura di Carl “Luz” Long (David Kross), saltatore tedesco che incarnava perfettamente l’ideale della razza del regime, il quale, dopo aver dato vita assieme a Jesse ad una delle finali di salto in lungo più appassionanti e combattute della storia, lo abbracciò dando vita ad un giro di campo insieme a lui, gesto che ad oggi sarebbe considerato come estremamente sportivo ma che all’epoca rappresentò un pugno in faccia alla Germania nazista; a Luz, non a caso, non fu risparmiata la chiamata nell’esercito durante il conflitto mondiale, nel corso del quale troverà la morte in Sicilia, dove le sue spoglie riposano ancora oggi. Citazione d’obbligo anche per Jeremy Irons nella sua interpretazione di Avery Brundage, più che controverso membro del Comitato Olimpico che, nonostante i suoi stretti rapporti col Partito Nazionalsocialista tedesco, al termine della Guerra ne divenne Presidente, rimanendo in carica fino alla sua morte, avvenuta nel 1975, e rendendosi protagonista di decisioni quantomeno discutibili, come quella di proseguire i Giochi di Monaco ’72, nonostante l’uccisione di undici atleti israeliani perpetrata da terroristi palestinesi appartenenti a Settembre Nero.

Assolutamente da leggere, in relazione alle Olimpiadi di Berlino ’36, “L’ultima estate di Berlino” di Federico Buffa e Paolo Frusca.

BORG McENROE

Il tennis ha ben più di un secolo di vita, e ci si augura che ne avrà tanti altri avanti a sé; difficilmente, tuttavia, nella sua storia potrà venir giocata una finale di Slam più spettacolare di quella targata Wimbledon 1980 tra Bjorn Borg e Jhon McEnroe. E’ questa storica partita a fare da sfondo al film del 2017 diretto da Janus Metz, nel quale, più che quello sportivo, sul quale peraltro ci sarebbe poco da indagare (due dei più grandi campioni di sempre della racchetta, pur se rappresentanti di due stili di gioco agli antipodi), è il lato umano dei due fuoriclasse ad essere indagato a fondo.

Borg (Sverrir Gudnason), il ragazzino pieno di furore e voglia di vincere che viene osservato tramite vari flashback, grazie al suo coach diviene con gli anni una “macchina” perfetta in grado di tenere dentro di sè qualsiasi emozione, per essere concentrato solo ed unicamente sul prossimo punto da giocare; sarà forse questa convivenza tra l’ardore nascosto e la calma esteriore a spingerlo al ritiro a soli 26 anni ( per veder battere il suo record di 5 Wimbledon vinti consecutivamente, in ogni caso, si dovrà aspettare un certo Roger Federer). McEnroe (Shia Labeouf), dal canto suo, definito come “SuperMoccioso” dalle principali testate inglesi, arriva sui campi dell’All England Club con la fama, giustificata, di giocatore polemico ed aggressivo, lontano anni luce dallo stereotipo del gentleman che tradizionalmente viene accostato al mondo della racchetta; grazie al coraggio ed al cuore messi in campo nella finale dell’80, tuttavia, anche il talentuoso americano entrerà nelle grazie dei tifosi di tutto il mondo, tramutando i fischi in applausi nel corso di un solo match, e stringendo una solida e sincera amicizia con lo svedese, con il quale si re-incontrerà nella finale dell’anno successivo. Menzione d’onore per Sverrir Gudnason, che regala al mondo del cinema un Borg praticamente identico all’originale.

ALI’

Si sente spesso dire che lo sport può avere un’importanza che vada al di là delle semplici competizioni ed un importante ruolo nella vita della società e che gli atleti possono come poche altre categorie influenzare il pensiero della gente e dell’opinione pubblica. Tutto vero, e pochi dubbi ci sono sul fatto che, per quanto riguarda questo aspetto, il più grande sportivo della storia sia stato Cassius Clay/Mohammed Alì. Questa pellicola del 2002 con protagonista Will Smith racconta dieci anni della vita del più famoso pugile di tutti i tempi, dal 1964, anno della prima conquista del titolo di Campione del mondo dei Pesi Massimi, ottenuto contro Sonny Liston, al 1974, quando Alì guadagna nuovamente la cintura più ambita del mondo dopo aver battuto George Foreman nel celeberrimo “The Rumble in The Jungle”, il match organizzato a Kinshasa dal dittatore dello Zaire Mobutu, desideroso di attirare l’attenzione mondiale su di sé attraverso lo sport e la musica (per tre giorni nella capitale dell’attuale Congo vengono invitati tutti i principali esponenti della musica afroamericana del tempo), dopo che la partecipazione della Nazionale africana ai Mondiali di Germania di qualche mese prima non era stata esattamente memorabile.

Anni duri quelli dal ’64 al ’74 per il boxeur di Louisville, il quale dopo aver stretto amicizia con Malcom X ed essersi convertito all’Islam rifiutò la chiamata alle armi dell’esercito americano per la Guerra del Vietnam; “gran rifiuto” che costò ad Alì praticamente tutto, ma che permise, con la sua famosa frase “I vietcong non mi hanno fatto niente”, di fare luce su quell’orrendo conflitto e di spostare la percezione dell’opinione pubblica circa la guerra in corso, in un momento storico in cui nel mondo occidentale gli americani erano ancora percepiti come i “buoni” per definizione.

IL MALEDETTO UNITED

Quanto conta un allenatore nei risultati di una squadra ? E quanto, invece, sono i giocatori a decidere le sorti di un team ? Non darà risposte certe, ma quantomeno qualche indizio, per trovare una soluzione a questo amletico quesito la vicenda di Brian Clough (Michael Sheen), narrata da Tom Hooper ne “Il maledetto United”.

Lo United a cui si fa riferimento nel titolo è il Leeds, e la pellicola è incentrata esattamente sui 44 giorni che Clough, allenatore emergente e vittorioso sulla panchina del Derby County prima di trasferirsi alle dipendenze degli acerrimi rivali, trascorse alla guida della squadra in maglia bianca. Troppo diversa l’idea di calcio del tecnico ex Derby rispetto a quella che agli arcigni giocatori del Leeds aveva inculcato Don Revie (Colm Meaney), rivale di Clough e plurivincente tecnico dei “Whites”. Clough non avrà sin da subito vita facile con calciatori e dirigenza della sua nuova squadra, difficoltà che si assommeranno alla mancanza di Peter Thomas Taylor (Timothy Spall), suo storico vice col quale aveva discusso accesamente prima di iniziare la nuova esperienza. L’avventura dell’allenatore nativo di Middlesbrough al Leeds si concluderà in maniera burrascosa e repentina ma, come riportato in chiusura di film nei titoli di coda, dopo essersi riappacificato con Taylor, Clough porterà tra il ’78 e l’80 la matricola Nottingham Forrest a vincere una Premier League e due Coppe dei Campioni, firmando una delle più belle favole della storia del calcio. Don Revie, dal canto suo, sbarcato alla guida della Nazionale inglese, fallì sia la qualificazione agli Europei del ’76 che quella alla Coppa del Mondo in Argentina del ’78, chiudendo di fatto in questo modo la sua carriera da allenatore nel calcio inglese, dando nuovo lustro al detto, dal punto di vista di Clough, secondo il quale se si aspetta il cadavere del proprio nemico sulla riva del fiume, prima o poi lo si vede passare.

LA BATTAGLIA DEI SESSI

Prendete come periodo storico di riferimento i primi anni ’70, quelli della rivoluzione sessuale e dell’ascesa del movimento femminista, e poi uniteli ad un personaggio maschile maschilista e tormentato e ad uno femminile voglioso di cambiare l’ordine costituito e di farsi portatrice di un nuovo messaggio di uguaglianza e libertà. Questa fu “La battaglia dei sessi”, nome con cui passò alla storia, e con cui Jonathan Dayton e Valerie Faris hanno deciso di intitolare il loro film, l’incontro di tennis disputato al meglio dei cinque set tra Bobby Riggs (Steve Carrell), ex campione di Wimbledon e degli US Open ormai cinquantacinquenne, e Billie Jean King (Emma Stone), campionessa all’apice della carriera ed alle soglie dei trent’anni, nel 1973.

L’esibizione, man mano che ci si avvicinava il giorno previsto per l’incontro, acquisiva sempre più un significato simbolico che andava al di là della semplice partita di tennis, in quanto se Riggs, tra il serio ed il faceto, si presentava come il classico maschilista dell’epoca convinto che “le donne dovessero rimanere in cucina”, Billie Jean era un vero e proprio simbolo delle battaglie femministe e dell’emancipazione femminile. Sullo sfondo, d’altronde, la pellicola evidenzia come al di là del loro ruolo pubblico, anche il privato dei due protagonisti fosse segnato in quel momento da difficoltà e battaglie personali. La King, già sposata, lottava anche per venire a patti con la sua sessualità con il rapporto sempre più stretto con Marylin Barnett; Riggs, dalla parte del “maiale sciovinista” (come lui stesso si definiva) forse più per scherzo o per gioco delle parti rispetto al co-fondatore dell’ATP Jack Kramer (Bill Paulman), stava giocando invece il suo incontro più difficile contro i demoni del gioco d’azzardo, che lo stavano allontanando dalla famiglia e dalla moglie Priscilla. Il match tra i due, ad ogni modo, è passato alla storia come uno degli eventi sportivi più seguiti di sempre, catalizzando l’attenzione di ben 90 milioni di spettatori in tutto il mondo.

INVICTUS – L’INVICIBILE

Il Novecento ha senza dubbio consegnato in eredità all’umanità un’innumerevole elenco di personaggi che hanno lasciato il proprio segno indelebile nel proprio passaggio su questo pianeta, chi in positivo e chi in negativo. Tra quelli facenti parte della prima categoria, non può non avere un posto d’onore per il contributo dato alla lotta contro il razzismo ed a favore dell’uguaglianza e, più in generale, allo sviluppo del continente africano, Nelson Mandela, uomo davvero di quelli che passano una volta ogni cento e più anni.

Invictus” parte dal periodo immediatamente successivo al suo insediamento come Presidente del Sudafrica, dopo 27 anni di prigionia ed a seguito della tanto attesa abolizione dell’apartheid. Mandela (Morgan Freeman), che non a caso, sarà tra i principali artefici dell’assegnazione della Coppa del Mondo di calcio allo stato africano (prima edizione a disputarsi nel continente nero) nel 2010, si rende subito conto di quanto lo sport possa, più di qualsiasi altro ambito della vita sociale, ricucire lo strappo plurisecolare tra bianchi e neri nel paese all’estremo sud del Continente, e l’occasione per realizzare ciò è fornita dalla partecipazione della Nazionale di Rugby, gli Springbooks, alla rassegna iridata del ’95, alla quale il Sudafrica, paese organizzatore dell’evento, può partecipare dopo dieci anni di esclusione dalle competizioni internazionali proprio a causa del regime di segregazione razziale portato avanti dal precedente governo.

Il presidente interviene in prima persona per risollevare il morale della squadra, reduce da una brutta serie di sconfitte, ed in particolare entra in sintonia col capitano della selezione, Francois Pienaar (Matt Damon), al quale trasmette il significato politico e sociale che l’imminente Coppa del Mondo può avere per tutto il Paese. Pienaar e compagni, mossi così da una motivazione che va ben al di là delle semplici partite da affrontare, si spingono fino all’ultimo atto del torneo, dove incredibilmente riescono ad avere la meglio anche sui fortissimi All Blacks neozelandesi, ed il loro trionfo assume un ruolo centrale nel riavvicinamento tra la popolazione bianca e la popolazione nera del Sudafrica.

Nota a margine: Il titolo del film è basato sull’omonima poesia di William Ernest Henley, spesso letta da Nelson Mandela durante i lunghi anni della sua detenzione.

RUSH

Rivalità a tutta velocità quella, riproposta da Ron Howard sul grande schermo, tra il britannico James Hunt (Chris Hemsworth) e l’austriaco Niki Lauda (Daniel Bruhl). Piloti, i due, che non potrebbero essere più diversi e distanti l’uno dall’altro; Lauda è freddo, schematico e razionale, discendente di una famiglia di banchieri che non approva la sua passione per i motori, Hunt è invece l’esatto opposto, donnaiolo, istintivo, corre ogni gara come se non esistesse domani. Inevitabile, dunque, che tra loro nasca un dualismo destinato a segnare la storia dell’automobilismo già ai tempi dei loro primi incontri, in Formula 3. Ma il destino, come spesso accade, ha già scelto per i due rivali un teatro ben più nobile dove potranno sfidarsi e darsi battaglia: la Formula 1.

Il Campionato del Mondo del 1976 infatti è, grazie ai due protagonisti, tra i più combattuti e spettacolari di sempre, con Hunt, in McLaren, che al termine di una stagione segnata da fughe e rimonte, piogge battenti ed incidenti, ritorni a tempo di record e ritiri a sorpresa, si imporrà al primo posto della classifica finale con solamente un punto di vantaggio sulla Ferrari di Lauda. Quello resterà il solo titolo iridato vinto dall’inglese, mentre l’austriaco a fine carriera avrà il palmares ricco di ben tre Mondiali (’74 e ’76 in Ferrari ed ’84 proprio in McLaren); la scena finale, che vede i due incontrarsi all’aeroporto di Bologna, chiude un racconto dal quale si evince come ogni grande sportivo abbia bisogno, per potersi esprimere ai massimi livelli, di un rivale altrettanto grande, di una nemesi, che più è diversa ed opposta a lui e più rende grande la rivalità stessa.

Bruno Marchionibus

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