Spunti di viaggio nella città: “‘E ccape ‘e Napule”

«Napule sottencoppa, spunti di viaggio nella città» è una rubrichetta che pubblichiamo su queste pagine con cadenza bisettimanale (ogne quinnicina, per capirci), in lingua italiana, impreziosita per l’occasione da parole napoletane, e che tratterà di un monumento, di una strada, di una targa, di una caratteristica e pure delle pietanze napoletane: ‘o mmagnà, il mangiare. Il suo obiettivo è quello di dare ai lettori di “Contropiede Azzurro”, occasionali o solo affezionati (confidando che gli occasionali diventino affezionati) che fossero, oltre che ai tifosi che seguono le loro squadre e ai tanti turisti che arrivano, notizie interessanti, ma anche curiose, sui monumenti che “di sopra e di sotto” fanno corpo unico con la città, la sua storia, la sua cultura millenaria. Monumenti e spaccati che non stanno nei giri molto pittoreschi che sti forestieri fanno nella solita Spaccanapoli e nella via dei presepi. Vero è che oggi sul web si trova tutto o quasi. Ma a noi è sembrato fosse meglio sparagnargli, risparmiargli, la fatica di andarsi a cercare ste cose su Internet, visto che le potevano trovare “internos”, tra noi e con noi. Il tutto, ovviamente ancora esistente e osservabile, oltre che godibile, e magari citando le leggende e i proverbi collegati.

 

testa-in-terracotta-del-cavallo--di-donatello‘E CCAPE ‘E NAPULE

Absit iniuria verbis, come dicevano i nostri antenati latini, che pare na cosa complicata da tradurre ma che alla fine, astritto astritto, vuole dire solamente «Senza offesa … », e senza offese di cape gloriose, nel senso che sono importanti siano esse appartenute a umani (ecco spiegato l’”absit” di cui prima) oppure a animali, la nostra bella Napoli sta piena. Per una di esse, riproducente l’elegante bellezza di un cavallo, questi sono giorni particolari. Si tratta della testa del cavallo che gli esperti dicono opera dello scultore Donatello, e che è un poco il simbolo della città. Bella pareglia, direbbe qualcuno – sempre considerando il “senza offesa” di prima – infame e fetentone: il cavallo simbolo di Napoli e il ciuccio simbolo del Napoli. Che c’è di male? Sono due animali nobili. E questo è un primo motivo. Il secondo sta nell’intelligenza dei quadrupedi in oggetto. E, è stato dimostrato, da scienziatoni, che per intelligenza il ciuccio non è secondo a nessuno. E aggiungiamoci pure che è faticatore e paziente. La domanda è: quanti umani possono vantarsi di essere come lui? Tra le altre, pochi ricordano che prima del ciuccio, come simbolo, la bandiera della Società Calcio Napoli, ebbe proprio il cavallo. Ciò detto, torniamo a cavallo. O al cavallo, di cui sopra.

Donatello_Protome-equina-Testa-Carafa_Napoli_Museo-ArcheolDal 20 novembre 2016, la testa di quel cavallo a cui mise mano il maestro Donatello tornerà a essere in bella mostra nelle sale del Museo Archeologico di Napoli. Museo al quale venne donata la testa dall’ultimo principe della casata Carafa, Francesco, dei principi di Colubrano, nel 1809, dopo che per secoli era stata esposta nei saloni del palazzo di cui era proprietaria la nobile famiglia napoletana. La testa è alta un metro e settantacinque centimetri e una testimonianza sulla sua collocazione a palazzo Maddaloni viene dritta dritta dallo scrittore, poeta e drammaturgo tedesco, Johann Wolfgang Goethe, che l’ammirò durante il suo viaggio in Italia. Il capoccione cavallino, quelli che parlano difficile lo chiamano «protome (che poi significa “testa e busto”) equina», venne commissionato a Donatello da Alfonso V d’Aragona che al maestro scultore fiorentino firmò i mandati di pagamento, come ha scoperto il professor Francesco Caglioti. Il cavallo, che era destinato a stare nell’arco del portale principale di Castel Nuovo, per situazioni contingenti, non ultima la morte dello stesso Donatello, non fu mai terminato dal 1456, quando era stato cominciato. Si conosce solo che la testa vene mandata in dono, da Firenze a Napoli, da Lorenzo il Magnifico che, su richiesta di Ferrante I d’Aragona la inviò a Diomede Carafa nel palazzo da costui abitato in via San Biagio de’ Librai.

Diomede Carafa
Diomede Carafa

Chi era Don Diomede Carafa? Nu signurone. Davvero. Una delle personalità più illustri del regno. Uomo d’arme, colto, latinista e poeta, la cui famiglia era iscritta tra la nobiltà del seggio di Nilo (Nido); si racconta che avesse costruito il palazzotto “per ornamento della Patria”. E per questo la casa era anche una sorta di museo della scultura. Narra, tra le altre, il canonico Celano che nel 1692 diede alle stampe un sontuoso trattato sulle bellezze e sui personaggi della Napoli dell’epoca e intitolato: Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli per i signori forastieri date dal canonico Carlo Celano napoletano, divise in dieci giornate, che al centro del cortile di palazzo Maddaloni c’era una colonna con capitello a tegola triangolare, sul quale stava un tripode antico che faceva da base per una statuetta di bronzo raffigurante Ferdinando I a cavallo. E, una bella testa di cavallo, in terracotta, riproducente quella in bronzo, sta ancora nel cortile di Palazzo Maddaloni, che è poi il Palazzo Carafa, in quel di San Biagio de’ librai. Appunto, un altro dei luoghi che fanno questa città unica al mondo. Si vo’ Dio.

Carlo Avvisati

Per leggere gli articoli precedenti della rubrica “Napoli Sottencoppa” clicca sul link:

“Spunti di viaggio nella città: “La Fontana delle zizze”

Spunti di viaggio nella città: “‘O scugnizzo nfunno ô mare”

 

Carlo Avvisati
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Giornalista

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