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“Tutto cambia affinché nulla cambi”  sarebbe un harakiri

Non è Hitler il problema, non è Trump il problema, non è Gravina il problema ma chi sostiene e amplifica il loro pensiero.  E’ certamente un arduo volo pindarico in un parallelo tra questioni drammatiche e questioni pallonare, ma alla fine si tramuta sempre, da 1 a 100, in un discorso economico.

Quest’anno si è giunti a discutere ogni settimana soltanto di VAR e di errori arbitrali con la dovuta premessa, per non incorrere in querele, che non si tratta mai di malafede. Ma alla fin fine sono emersi errori che favoriscono una squadra o un’altra perché raggiungere un obiettivo è un obbligo economico che in qualche modo deve rispondere ai debiti colossali delle big più rappresentative della Serie A.

Se non si interrompe questa catena, se non si strappa questa ragnatela, difficilmente la nomina di un nuovo presidente di FIGC potrà far risorgere l’Italia dalle ceneri. Eppure ora più che mai le correnti politiche/sportive si daranno battaglia per giungere al 22 giugno con un nome che possa tentare di ricostruire. Metter mano alla Serie A diminuendo le squadre? Metter mano alla dipendenza della classe arbitrale alla FIGC come Gravina aveva in animo di fare? Mettere sotto osservazione i bilanci di molte società che non potrebbero iscriversi al campionato? O piuttosto metter mano a regole per incentivare i vivai? E qui, purtroppo ci si scontra con le proprietà quasi tutte straniere che in mancanza di business, venderebbero il club.

Intanto, è triste dirlo, ma la partita con la Bosnia poteva essere vinta: si sarebbe proseguito, vivacchiando, con Gravina, Buffon, Bonucci, Gattuso e si sarebbe vinto anche il girone nel quale l’Italia avrebbe giocato con Canada, Svizzera e Qatar ma con una Serie A sempre più declassata.

Ora c’è quindi da augurarsi che prevalga la competenza perché “tutto cambia affinché nulla cambi”  sarebbe un harakiri.

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