UN CAPITANO CON L’AZZURRO NEL CUORE

Intervista gentilmente concessa dal quindicinale “Napoli”

Un napoletano che ha realizzato il sogno di sollevare un trofeo con la maglia del Napoli. Oggi al Sassuolo con il rimpianto di non essere rimasto ma con la voglia di rimettersi ancora in gioco in questi ultimi anni di carriera.

“Quando vedo la maglia azzurra mi rincoglionisco!”.

Testualmente, papale papale. Tanto che uno penserebbe subito all’azzurro della Nazionale. Nient’affatto. L’azzurro da sballo è quello pallido del Napoli Calcio e il “rincoglionito” di turno (per sua spontanea ammissione) è l’ex capitano ed ex azzurro Paolo Cannavaro.

“Se ne accorge persino mia moglie che dopo il mio trasferimento pretenderebbe un poco più di senso della misura. È più forte di me. Perché io nasco tifoso della curva del Napoli, un tifoso che, poi, ha realizzato il suo più grande sogno: indossare la maglia azzurra e portare addirittura la fascia di capitano”.

Per duecentosessantasei volte…

“Duecentosessantotto, prego, è la maggior parte da capitano”.

Avevi detto che volevi essere il Totti del San Paolo …

“Avevo detto che mi sarebbe piaciuto diventarlo. Ti confesso che pensavo tutto fuorché andare via. Avevamo vissuto promozione e campionati di primissimo piano”.

Allora è vero che hai il dente avvelenato?

“Se me lo consenti, vorrei precisare. Ti pregherei però di non travisare, perché qualcuno lo ha fatto e leggere certe cose non mi ha fatto piacere. Io mi sarei incatenato per rimanere al Napoli, ma solo se fossi rimasto quello che ero stato negli anni precedenti: da protagonista e da capitano. Questo a un certo punto non era più possibile: la società e l’allenatore avevano programmato una vera e propria rivoluzione. Non solo in campo, ma anche in società. Siccome passare da protagonista a comparsa non era proprio quello che avevo sognato, di comune accordo abbiamo scelto la migliore soluzione. Oggi sono il capitano del Sassuolo e mi trovo bene, anzi benissimo. Certo che sono e resterò tifoso a 360 gradi della maglia azzurra del Napoli, quella che mi fa perdere la testa anche quando la incontro da avversario”.

Quindi con Benitez tutto chiarito?

“Certamente sì. Anche se io dico purtroppo, perché fin dal primo momento Benitez mi ha prospettato un ruolo, meglio una via di mezzo che io non mi aspettavo e che ho deciso di non accettare. Tutto qui, ripeto: non rientravo più nei piani della società, quindi ci siamo separati consensualmente, si può dire?”.

Forse non manca una voce, quella dei tifosi?

“Quello è un altro discorso. Io al Napoli posso dire che giocavo prima da tifoso e poi da calciatore. Il calciatore gioca da un’altra parte, il tifoso è con “anima e core” al San Paolo e ovunque gioca la sua squadra, quella del cuore, naturalmente”.

Il distacco c’era già stato una prima volta.

“Il primo fu un distacco del tutto normale: dovevo crescere professionalmente e decisi di raggiungere mio fratello Fabio a Parma. Poi in prestito al Chievo e ritorno al Parma, prima di arrivare nuovamente a Napoli”.

Adesso ti chiedo di restare al San Paolo e di dirmi come vedi la squadra e il lavoro di Benitez.

“Io vedo una squadra forte. Senza problemi tecnici né tattici. Vedi ad esempio cosa ha fatto col Verona e come ha dominato e domato la Roma confermandosi, poi, in quel di Firenze. Non deve pensare al terzo posto per ripetere il campionato scorso, ma deve pensare in grande e da grande”.

Però si era parlato di tornare sul mercato e, addirittura, cambiare l’allenatore.

“Tornare sul mercato per pescare qualcosa di meglio, la vedo dura. Ti sorprenderà, ma le voci di un allontanamento di Benitez mi preoccupano come tifoso che vuole vedere la squadra vincere. Per me è solo una questione di mentalità. Perché alla fine è quella che conta, sia contro la Juve che contro l’Empoli. Le grandi squadre sono forti perché grande è la loro autostima e, ripeto, la loro mentalità vincente. La stagione non ha ancora detto chi è la più forte e le partite da giocare sono ancora molte”.

Questo vale anche per le coppe europee?

“In Europa il discorso cambia. Tutte le italiane trovano difficoltà. Le sberle di Bilbao pesano e il contraccolpo si fa sentire anche in Europa League. Penso che si possa arrivare ai quarti solo se si dimenticherà il più presto Champions. Ritornare grandiin Europa deve essere allabase di quella trasformazioneche credo il calcio italianodebba mettere in atto da subito”.

A partire dai settori giovanili,magari ritornandoai tempi di Fabio e Paolo,fratelli minori a Soccavo ?

“Il discorso è complesso. Le grandi, dalla Juve al Milan, dalla Roma all’ Inter e anche la Fiorentina e il Napoli hanno soldi per acquistare in tutto il mondo, non solo in Italia. Basta che lo facciano con serietà. Il potenziale del calcio giovanile mnel sud Italia è a parer mio ineguagliabile. Però al sud, oltre ad essere terra di conquista delle grandi, mancano nsocietà come Empoli, Atalanta, Torino, per fare qualche esempio, che coi giovani sanno lavorarci arrivando a lanciarli in serie A”.

Mi par di capire che mancano società ed organizzazione?

“Non solo: mancano anche le strutture e la mentalità per cui si cercano risultati subito e non si pensa a fare scuola. Io non ti nego che in futuro vorrei proprio insegnare ai giovani. Cioè far scuola a 360 gradi perché spesso i ragazzi del sud si perdono prima ancora di avere la possibilità di far vedere quanto valgono”.

Quindi organizzazione, strutture, scuole vere e proprie, insegnanti specializzati: come a dire che manca un po’ tutto?

“Manca un intervento riformatorio della Federazione. Perché dobbiamo vedere stranieri di seconda, terza, quarta scelta venire in Italia e chiudere lo spazio ai giovani? Perché non si rende obbligatoria la presenza di un certo numero di giovani non solo nella rosa, ma anche in prima squadra?”

In tempi di rottamazione, vuoi contagiare anche il calcio. Attento, perché ti potrebbe spettare la pensione anticipata.

“Non mi preoccupa. La carriera di un calciatore ha tempi più o meno categorici. Quel che conta è premiare i più bravi, quelli che più si impegnano e che amano giocare a calcio. A me piace Conte che, finalmente, spinge chi merita. Comunque, ritornando al discorso giovani, io sarei per una B tutta italiana, senza stranieri”.

Ritorniamo a Sassuolo. Un ritorno in Provincia, sia pure con la P maiuscola.

“Proprio così. A Sassuolo ho trovato la mia seconda casa, nel senso che mi trovo bene e sto riassaporando tutte le soddisfazioni e i vantaggi che già avevo conosciuto a Parma. Quell’isola felice che ti consente di vivere più serenamente la tua professione. Non c’è la pressione della grande città dove diventa difficile anche passeggiare per strada”.

Non è che giocare per la salvezza sia poi così… sereno!

“Posso riconoscere che la salvezza dello scorso anno sia stata un vero e proprio miracolo. Però anche una splendida avventura: abbiamo visto e fatto di tutto. Di Francesco, arrivato in corsa (al suo rientro dopo un primo esonero con Malesani in panchina, n.d.r.), ci ha trasmesso autostima e qualità di gioco. Abbiamo fatto numeri importanti. Non a caso oggi ci stiamo riprovando e non è detto che non riusciremo ad arrivare ancora più in alto”.

Abbiamo cominciato con Benitez, consentimi di strapparti un parere: senza maliziosi sottintesi, chi scegli fra Mazzarri e lo spagnolo.

“Nessuna malizia, come dici tu. Di Mazzarri posso dire che è un testardo e che con lui ho fatto campionati eccellenti. Di Benitez non posso parlare per esperienza diretta perché non mi ha voluto nella sua squadra. Però posso tranquillamente riconoscere che per lui parlano i numeri e si tratta di numeri di un vincente. Da tifoso del Napoli gli chiedo di ripeterli anche per la sua nuova società. Quanto a Mazzarri, mi dispiace che abbia provato per la prima volta il dispiacere dell’esonero, era un piccolo primato a cui lui teneva. Come ho detto, trattandosi di un testardo, supererà anche questa fase non brillante della sua carriera”.

Fine della chiacchierata. I bambini reclamano un padre che li accompagni a scuola. Consapevoli di poter dare ordini a un capitano, pretendono puntualità padana, ma sanno già che la scuola calcio la faranno a Napoli. È là che li attende un nonno, Pasquale, che ha insegnato a calciare il pallone ai suoi due figli per poi accompagnarli in Nazionale, portando in casa Cannavaro un Pallone tutto d’oro. Una favola dei piedi buoni. Napoletani, ovviamente.

Pier Paolo Cattozzi

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