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VAR, che brutto spettacolo!

VAR, che brutto spettacolo!

A pochi anni dall’introduzione del VAR, presentato come lo strumento che avrebbe portato giustizia nel mondo del calcio e migliorato lo spettacolo, sembra che la fiducia nell’innovativo mezzo tecnologico sia quasi del tutto scomparsa. Le polemiche e i sospetti sono ormai sempre più frequenti tra i tifosi, i calciatori e gli addetti ai lavori i quali, pur credendo nell’utilità della video assistenza, invocano a gran voce maggior equità nel suo utilizzo.

Sono in tanti a porsi domande sull’argomento. Perché, ci si chiede, i responsabili del VAR non riescono ad avere lo stesso metro di giudizio per situazioni di gioco simili seguendo in maniera univoca il protocollo scritto dall’IFAB? E come mai si decide di intervenire dalla sala di regia del campo “X” per segnalare un rigore non visto dall’arbitro, mentre sul campo “Y” non si interviene per un episodio analogo?

Sull’argomento è recentemente intervenuto l’attuale designatore degli arbitri Gianluca Rocchi, ma invece di fare chiarezza ha alimentato ancora di più la confusione. Secondo Rocchi, infatti, il calcio va valutato in campo dall’arbitro e non davanti ai monitor che servono solo per rilevare errori clamorosi. Concetto questo che lascia ampia discrezionalità all’arbitro, proprio quella discrezionalità non vista di buon occhio da molti e per la quale, nel 2016, nacque il VAR con il preciso compito di ridurla.

Cosa fare, quindi, per restituire al calcio un minimo di credibilità? Forse bisognerebbe copiare da altri sport, ossia poter ascoltare i dialoghi tra l’arbitro in campo e la sala VAR. La trasparenza è senza dubbio la migliore medicina per curare un calcio malato da troppi anni. Ma per non rischiare di arrivare a un punto di non ritorno, occorre somministrarla subito.

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