‘O fucarazzo pe Sant’Antuono…

Per devozione antica, avremmo dovuto fare ‘o fucarazzo pe Sant’Antuono...

Sant’Antuono Sant’Antuono tèccote / ‘o viecchio e damme ‘o nuovo / e dammillo gruosso e forte ca mme roseco na porta
Era la filastrocca recitata il 17 gennaio dagli scugnizzi che buttavano nel fucarazzo a Sant’Antuono dedicato il dente caduto e gelosamente conservato proprio per questo.
Cu ‘o cippo, detto anche fucarazzo, una più o meno grossa catasta fatta di legno di mobili vecchi e fascine, accesa nei cortili e nei vicoli di paesi e città campane, il popolo, sino a qualche anno fa (ma, in alcune parti ancora oggi), il 17 gennaio mostrava la sua devozione al Santo protettore degli animali. E del puorco in particolare. Il cui grasso, oppure la cotena, serviva a lenire i bruciori del “fuoco ‘e sant’Antuono” un herpes particolarmente duro da sconfiggere.
Alla fine del fucarazzo, che immetteva nel periodo di Carnevale, durante il quale si mangiava, beveva e cantava accompagnati dai classici strumenti napoletani: caccavella, scetavaiasse e triccabballacche, un poco della brace del cippo veniva raccolta nel braciere, ‘o vrasiere, e portata in casa, per devozione.

Carlo Avvisati

Carlo Avvisati
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Giornalista

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